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di Ludovica Monarca

Dato che siamo a Carnevale, viene subito da pensare a uno scherzo. Invece i bollettini che stanno arrivando in questi giorni a migliaia di imprese toscane non sono frutto di uno scherzo ma di una scelta precisa. La Rai scvrive per chiedere il pagamento del canone e non solo sui televisori, ma anche sui computer. Proprio così: computer o qualsiasi altro apparecchio «atto o adattabile alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell’ambito familiare». Dunque anche Ipad, smartphone. Un canone già ribattezzato “tassa sulla tecnologia”.

L’ennesimo balzello che piove sulla testa delle imprese è il cosidetto Abbonamento Speciale alla televisione, normato dal Regio Decreto Legge 246/1938 e dal decreto legislativo luogotenziale 458/1944, che obbliga al versamento del canone, in teoria, milioni di contribuenti italiani. A rispolverarlo, secondo Conmfartigianato Toscana, sarebbe stata una norma del decreto Salva Italia, «interpretata dalla Rai in modo da obbligare al pagamento tutte le imprese che detengono apparecchi».

A dover pagare non sono solo alberghi, affittacamere, campeggi, ristoranti e strutture recettive in genere che offrono volontariamente alla propria clientela la visione delle trasmissioni Rai, ma anche negozi, botteghe, studi professionali e ogni tipo di impresa in possesso di un qualsiasi strumento, diverso dal televisore, che consenta (o possa consentire con apposite modifiche) la ricezione del segnale radio-tv. Le aziende stanno ricevendo in questi giorni il perentorio sollecito a pagare il canone speciale sul presupposto che posseggano almeno un computer. Anche coloro che in azienda non hanno nemmeno un televisore.

Ma davvero il semplice possesso di un pc può bastare a giustificare il pagamento del canone? Già tra il 2006 e il 2008 molte famiglie italiane avevano ricevuto la richiesta di pagamento anche per i “computer collegati in rete (digital signage e similari)”. Un’iniziativa, quella presa dalla Rai, che scatenò la protesta sostenuta poi dalle associazioni di consumatori. «La questione è annosa _ spiega Pietro Morelli dell’Aduc _ ed è stata oggetto di nostri quesiti alla Rai, interpelli all’Agenzia delle Entrate e di interrogazioni parlamentari al ministero delle Comunicazioni (ora Sviluppo economico), ma mai è stata fornita una risposta in tal senso. La Rai ci aveva infatti risposto di non sapere se il pc era soggetto al canone e che avremmo dovuto chiederlo all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima, deputata alla riscossione di questa tassa, rispose di non saper rispondere e di aver girato il quesito al ministero delle Comunicazioni. Ad oggi non ci risulta che il Ministero abbia preso decisioni in merito per cui sembra un semplice tentativo dell’azienda di fare la furba».

Dopo le proteste dell’Aduc e di altre associazioni di consumatori, le richieste alle famiglie di pagare il canone sul computer sono improvvisamente sparite per riapparire ora, identiche, ma rivolte alle aziende. Ancora non è chiaro dunque se le lettere della Rai arrivino in seguito ad un’effettiva nuova interpretazione della legge sul canone da parte del ministero o se, semplicemente, la Rai stia provando a fare cassa. E che cassa: si stima che, se tutti pagassero l’abbonamento speciale, il gettito per Viale Mazzini sarebbe di 980 milioni di euro.

Anche sul canone richiesto agli ignari proprietari di compurter e titolari di partita Iva le cifre ballano. Si va da 200,91 euro, il canone base, a 6.696,32 euro all’anno, a seconda del numero degli apparecchi considerati. Certo, chissà come la Rai avrà fatto a conoscere il numero esatto degli apparecchi “atti o adattabili alla ricezione” del segnale radiotv in possesso di ogni singolo teleutente. E poi se si voleva inibire, ai computer, la visione dei programmi streaming del sito web Rai, bastava mettere una password. Ma è forse troppo chiederlo a persone che decidono con in mano un regio decreto del 1938

Fonte: Il Tirreno


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